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CHI SIAMO

Le scelte di vita muovono dal cuore o dalla consapevolezza e, in assenza di una delle due motivazioni, compiamo delle scelte che, nella migliore delle ipotesi, ci conducono ad un vicolo cieco. Nella peggiore delle ipotesi, ci fanno diventare INVISIBILI !

E’ quello che è accaduto al personale penitenziario!

Negli anni ci siamo barricati sempre più dentro i nostri uffici a svolgere quotidianamente un lavoro logorante e pericoloso, del quale però pochi sanno parlare con cognizione di causa.

Una tipologia di lavoro che le RegolePenitenziarie Europee, adottate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa l’11 gennaio 2006, definisce in modo chiaro ed inequivocabile come quel personale che  <<svolge una missione importante di servizio pubblico e il suo reclutamento, la formazione e le condizioni di lavoro devono permettergli di eseguire una presa in carico dei detenuti di alto livello.” ( Parte I punto 8.).

Nell’ultimo decennio gli operatori della giustizia italiana sono stati sottoposti ad un costante deprezzamento professionale che non si è limitato al decennale blocco contrattuale avvenuto nel 2009, ma si è amplificato anno dopo anno, attraverso molteplici operazioni governative di spending rewiew che si sono abbattute, come scuri, sul salario accessorio che oggi appare più un modesto obolo di uno Stato distratto che la legittima e dignitosa corresponsione di una contropartita ad una prestazione professionale. Il Personale penitenziario invece <<… deve essere selezionato con cura e adeguatamente formato sia al momento dell’assunzione che in modo permanente. Deve essere retribuito al livello di manodopera specializzata e deve avere uno status che sia rispettato dalla società civile.>> (Punto 76.)

Dunque, da un lato si richiedono sempre maggiori competenze specialistiche (area penale esterna, lavoro con gli stranieri, competenze sul rischio suicidarlo, minori, etc,) ad una peculiare tipologia di lavoratori che deve essere in grado di tutelare la collettività e al contempo garantire un’espiazione della pena quanto più possibile orientata al reinserimento sociale del condannato; dall’altro lato si considerano le professioni sociali penitenziarie (educatore e assistente sociale) un bersaglio indistinto e indiscriminato di operazioni di tagli costanti e a più livelli, dimenticando però che questo stesso personale penitenziario è stato selezionato per il complesso lavoro di reintegrazione sociale del reo e soprattutto per un’importante e indiretta tutela della collettività.

In effetti è chiaro a tutti e ad ogni livello che la sicurezza non passa soltanto attraverso la mera repressione, ma viene garantita da un lungo e articolato lavoro di rieducazione finalizzato alla riduzione delle recidive, ma nona chi ha governato la macchina dello Stato negli anni tra il 2001 e il 2018, se non a chiacchiere.

Così come è chiaro che restituire un cittadino che ha rimediato al suo danno e che osserva le regole del vivere civile contribuisce significativamente ad incrementare la sicurezza della collettività.

È chiaro anche ai nostri colleghi in divisa con i quali condividiamo la quotidianità difficile delle sezioni, il lavoro su territori malfamati e marginalizzati, le offese, le aggressioni, le ingiurie e le violenze dell’utenza … ma forse anche di chi ci ha governati!

Ora sfrondando l’analisi dall’enfasi autoreferenziale il personale che svolge un simile lavoro possiede delle doti di integrità e di umanità non comuni, che si estrinsecano nella capacità professionale di fungere da intercapedine tra i diritti di sicurezza della collettività e il diritto del reo ad ottenere un trattamento che tenda alla sua rieducazione e reinserimento.

Tutto il personale!

La questione centrale della Giustizia Italiana dunque non può essere ricondotta esclusivamente alla lentezza dei suoi iter giuridici e burocratici, alla mancata certezza della pena, all’assenza di un ventaglio di misure alternative alla detenzione, al sovraffollamento delle carceri, né può essere semplicisticamente gestita attraverso politiche aziendali che guidano scelte d’impresa, dove si formulano strategie di marketing finalizzate a vendere il prodotto finale, ridurre al minimo i costi e far lievitare i profitti!!

L’Italia non ha contezza del fatto che una quota intangibile del prodotto finale della giustizia è costituita dalla vittima del reato, da tutte le potenziali vittime che siamo noi e che formiamo una comunità che anela in primis onestà e sicurezza! Difatti al punto 79.2. delle Regole Penitenziarie Europee si afferma che <<i benefici e le condizioni di impiego devono riflettere l’esatta natura del lavoro come parte delle forze dell’ordine.>> Onestà e sicurezza sono la cifra dell’azione virtuosa delle forze di polizia e, come suggerito dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, non possono che esserlo della nostra operatività come agenti del trattamento.

È ovvio che da ciò discenda la necessità di <<garantire al personale penitenziario una remunerazione e delle condizioni di lavoro allettanti. La valorizzazione di una professione dipende in grande misura dalla remunerazione. Bisogna che i governi riconoscano il diritto del personale penitenziario ad una remunerazione appropriata e in relazione con il carattere di servizio pubblico del loro lavoro in un istituto penitenziario, ed anche la natura complessa e talvolta pericolosa di tale lavoro, tenendo conto del fatto che un livello di remunerazione insufficiente può aprire la strada alla corruzione (regola 79).>> 

Probabilmente l’avere disatteso le indicazioni che l’Europa fornisce sul versante dei diritti dei lavoratori e delle persone ci ha condotti a questo deserto della motivazione e all’imbarbarimento generale oltre che alla crisi delle grandi ideologie del 900.

Ma noi penitenziari non siamo usi a voltare lo sguardo dall’altra parte. Avvertiamo nel nostro intimo sentire la pressante necessità di contribuire a ripensare la giustizia italiana e a porre in essere ogni strategia atta a invertire i suoi processi di decadenza. Per farlo, a questo punto, è necessario partire dalle gravi ingiustizie perpetrate sulla nostra pelle professionale causa principale del tracollo complessivo.

Ci siamo!

I Sindacati tradizionali hanno fallito: troppo occupati a tutelare privilegi e interessi della loro stessa casta.

E la riforma penitenziaria è laggiù: alle nostre porte.

Se non ci muoviamo la subiremo ancora una volta. Penso al ruolo unico dei dirigenti penitenziari e a noi che rimarremo a vita a fare gli educatori, i contabili e gli assistenti sociali, il che è un bene, ma pagati come l’ultimo degli operai e senza diritti.

La RIFORMA PENITENZIARIA che ha senso, invece, deve partire proprio dal personale! Personale che deve essere inquadrato all’interno del comparto sicurezza, tramite la convergenza nei ruoli tecnici della polizia penitenziaria, delle professionalità attualmente schiacciate nel comparto funzioni centrali.

Care colleghe, cari colleghi, stavolta pressiamo affinché le indicazioni europee vengano applicate.

NON ASPETTIAMO CHE L’EUROPA CI RICHIAMI AL RISPETTO DELLE SUE REGOLE, COME SOVENTE ACCADE, MA QUANDO È ORMAI TROPPO TARDI!!